May 22, 2006
Mastella: interverrò sulle intercettazioni
ROMA. «Ho visto che il presidente Marini ha posto la questione alla giunta al Senato. Credo che nei prossimi giorni ci sarà una mia iniziativa». Il ministro di Giustizia, Clemente Mastella, accenna al tema delle intercettazioni telefoniche, «i cui contenuti spesso finiscono sui giornali prima che gli interessati ricevano gli avvisi di garanzia». Di più Mastella non dice, anche se precisa per domani una presa di posizione più di merito. Piero Fassino fissa alcuni paletti: «Le intercettazioni telefoniche sono uno strumento di indagine efficace che ha permesso alla magistratura di ottenere risultati importanti. Troverei quindi molto grave – sostiene il segretario dei Ds – se ci si ponesse l’obiettivo di ridurne il possibile utilizzo. Naturalmente, non vanno utilizzate in maniera scandalistica, con pubblicazioni improprie che violano la privacy, ma con misura, equilibrio e rispetto dei cittadini».
Una settimana di pubblicazione di intercettazioni telefoniche sui media italiani hanno svelato al mondo interno il «marcio» che c’è nel calcio. E’ l’inchiesta di Napoli sul «sistema Moggi», è il sospetto di partite «taroccate» grazie ad «arbitraggi favorevoli», con i suoi 41 inviti a comparire per altrettanti indagati, che da dieci giorni ha appassionato, nel bene e nel male, milioni di tifosi. Sia dalla maggioranza che dalla opposizione in questi giorni sono arrivate prese di posizione comuni nel ritenere lo strumento delle intercettazioni importante, ma da usare con parsimonia.
Francesco Pizzetti, garante della privacy, sostiene: «Le intercettazioni sono uno strumento utile, ma finiscono sui giornali con troppa facilità e spesso riportano parti di conversazioni non rilevanti a fini probatori o non attinenti al tema dell’indagine».
Ricorda Pizzetti: «Fin dall’estate scorsa, a seguito del caso Antonveneta, abbiamo avviato un’indagine sui gestori telefonici che si è conclusa con un provvedimento che ha specificato le misure di sicurezza che questi devono adottare. Ma ci siamo mossi anche sul fronte degli uffici giudiziari. Abbiamo scritto al ministero della Giustizia e al Csm chiedendo di avviare, in collaborazione con i due organismi, una attenta verifica sulle misure di sicurezza, sia tecnologiche che organizzative, che gli uffici giudiziari devono adottare per evitare ogni indebita divulgazione dei testi delle intercettazioni».
Insomma, c’è una certa «sofferenza» nel vedere stravolte le regole, non solo della privacy ma anche del Codice penale, essendo quelle intercettazioni pubblicate neppure depositate e quindi ancora coperte dal segreto di indagine, non essendo note neanche alle parti, agli indagati. Giovanni Russo Spena, capogruppo di Rifondazione al Senato, si dice convinto della necessità di un intervento legislativo: «E’ anche il sistema delle garanzie che è stato calpestato, non solo la privacy. Credo che dobbiamo disincentivare la pubblicazione di intercettazioni soprattutto intervenendo sul piano disciplinare».
E’ lo stesso discorso che fa il portavoce dell’Udc, Michele Vietti: «Non è possibile che vengano utilizzate al di fuori del processo penale conversazioni che vanno valutate solo dal giudice, ai fini della rilevanza penale. Dobbiamo evitare che che questo strumento, necessario ma non esclusivo, come ieri è stato con i pentiti, diventi la facile scappatoia dei magistrati per non fare più le indagini di polizia giudiziaria». E aggiunge Peppino Gargani, Forza Italia: «E’ una materia che va regolata e anche fortemente limitata. Quello che sta accadendo in questi giorni è gravissimo: stiamo leggendo sui giornali una grande storia di pettegolezzo sul mondo del calcio, perché spetta solo al giudice valutare se questo pettegolezzo ha un che di rilevanza penale».
Gli fa eco Roberto Villetti, Rosa nel Pugno: «Oltre a utilizzare scrupolosamente e con maggiore cautela questo strumento che invade pesantemente la privacy dei cittadini e non solo di coloro soggetti ad indagine, non dovrebbe essere possibile neppure per i peggiori criminali che i testi dei colloqui telefonici siano di fatto resi pubblici con una selezione arbitraria e forse interessata. In questo modo si monta una gogna mediatica che rischia di screditare anche chi non c’entra nulla e che di fatto equivale spesso ad una condanna pronunciata prima che siano emesse sentenze con regolari processi».




