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La privacy,bene comune

La privacy, bene comune
Roberto Martinelli su Il Messagero

tratto dal http://tgcom.mediaset

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Difficile dire quali potranno essere le misure più adeguate per tutelare il diritto alla riservatezza del cittadino senza mettere in discussione l’intercettazione telefonica come indispensabile strumento di indagine. Il ministro della Giustizia ha detto che sarà necessaria un’azione concorde tra parlamento e governo per cercare la soluzione più adeguata. Qualunque essa sarà, fino a quando un’ordinanza di custodia cautelare conterrà migliaia di pagine di conversazioni private tra indagati e terzi incolpevoli, non sarà facile evitarne la pubblicazione. Lo stesso Garante della Privacy ha escluso che nell’inchiesta su Vittorio Emanuele e dintorni, la divulgazione delle telefonate sia avvenuta in violazione del segreto investigativo. Ciò perché il codice stabilisce che il segreto non copre più gli atti che vengono portati a conoscenza dell’imputato. E poiché il destinatario di ogni provvedimento cautelare è proprio l’imputato, ecco che la “discovery” giornalistica diventa “legittima” o quasi.

Esistono tuttavia dei limiti entro i quali il giornalista deve restare per non violare il diritto alla riservatezza del singolo e, di conseguenza, il codice della privacy. Nei giorni scorsi il Garante ha fissato dei precisi paletti e ha ricordato che occorre far riferimento all’interesse pubblico della notizia, all’essenzialità dell’informazione, al rispetto della dignità della persona, alla tutela della sfera sessuale, eccetera. E ha invitato editori e Ordine dei giornalisti a conformarsi al dettato del codice che tutela i dati personali. Il Guardasigilli ritiene invece che sarebbe opportuno introdurre sanzioni pecuniarie a carico di quelle testate giornalistiche che pubblicano atti coperti dal, segreto di indagine o comunque dal segreto d’ufficio. Ovviamente l’Ordine nazionale dei giornalisti ha detto no a nuove leggi che limiterebbero il diritto di cronaca in una materia, quella delle intercettazioni, che rientra nell’applicazione dei codici già esistenti. Fin qui i diversi punti di vista, peraltro scontati, che renderanno problematica la soluzione di un problema che rischia davvero, come ha detto il ministro della Giustizia, di diventare una “questione democratica”.

Non a caso, infatti, egli ha rilevato come il fenomeno delle intercettazioni telefoniche abbia assunto aspetti paradossali. E non solo per quanto riguarda le richiestedi ascolto che sono passate dalle 31 mila del 2001 alle 132 mila dell’anno scorso, con ben 178 mila decreti di autorizzazione. Ma anche per la mancanza di qualsiasi controllo di sicurezza degli uffici giudiziari soprattutto per quanto riguarda i sistemi informatici, in alcuni casi facilmente “intercettabili “. Se si vuole evitare che la situazione degeneri davvero, occorre prima di tutto definire per quali ipotesi di reato è possibile utilizzare lo strumento dell’intercettazione e per quali invece non è consentito. Non si può continuare ad intercettare indiscriminatamente, se si hanno a cuore davvero le esigenze della giustizia. Ben vengano quindi nuove norme per regolare la materia, ma si faccia in modo che, senza limitare i poteri della pubblica accusa, l’ascolto (non solo telefonico) di conversazioni private non venga considerato un mezzo di prova ma costituisca lo spunto per approfondire l’indagine. Se così fosse, il problema sarebbe bello che risolto perché sarebbe superfluo inzeppare i provvedimenti cautelari di migliaia e migliaia di telefonate che spesso non hanno nulla a che vedere con il reato ipotizzato.

Senza contare che questi verbali vengono in gran parte raccolti e trascritti da impianti privati, ai quali la Cassazione ha recentemente riconosciuto piena legittimazione. E ciò da quando i tradizionali centri di ascolto di polizia, carabinieri e guardia di finanza non sono stati più in grado di far fronte alle richieste dei magistrati. E chissà se l’aver affidato ai privati questa funzione non abbia fatto da moltiplicatore nell’uso di uno strumento di indagine che nel 2005 è costato qualcosa come 600 miliardi delle vecchie lire.

 


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