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Il Garante Privacy sul Spionaggio Fiscale: il ruolo delle banche dati

Il Garante Privacy sullo Spionaggio Fiscale: il ruolo delle banche dati

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“Siamo davanti a un fenomeno rischiosissimo: le grandi banche dati sono un pericolo di per se’”. Lo ha dichiarato oggi il Garante per la Privacy, Francesco Pizzetti su Repubblica RadioTv. Ha poi aggiunto che “il problema e’ verificare come sono trattati i dati”. “I dati servono, le banche dati servono - spiega Pizzetti - pero’ queste devono essere protette. Se i dati sono rubabili, o dall’esterno o peggio ancora dall’interno, e’ possibile che chi ha il diritto di conoscerli per compiti istituzionali, li conosce, se li vende, li tratta, li offre per un’attivita’ di spionaggio o di dossieraggio: e’ chiaro che il paese e’ in grandissimo pericolo. Un pericolo vero, reale”. Sul trattamento dei dati il Garante rileva due problemi. In primo luogo, “i dipendenti hanno il diritto di utilizzare questi dati per compiti istituzionali, non per altri motivi: qualunque altro motivo rende illecito il trattamento”. Inoltre, “il modo con cui e’ organizzata l’anagrafe onsente di sapere una quantita’ incredibile di informazioni ben al di la’ del dato pubblico della dichiarazione dei redditi”. “Abbiamo un’iniziativa ormai da un anno e mezzo con Telecom e con tutti i gestori telefonici - dice poi sull’attivita’ di controllo - abbiamo gia’ fatto una serie di provvedimenti. Uno dei quali riguarda i dati di traffico di tutti i gestori telefonici, che e’ uno dei dati piu’ pericolosi perche’ si puo’ risalire a tutte le chiamate effettuate da un utente negli ultimi 5 anni”.

Se la privacy e' solo dei politici

Se la privacy è solo dei politici

di Andrea Romano

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Che la politica sia cosa diversa dal calcio dovrebbe essere una considerazione di comune buon senso. Ma tanta banalità non basta a spiegare i modi del tutto opposti con cui si è reagito alle due successive ondate di intercettazioni di queste settimane. Le voci catturate al mondo del calcio sono state accolte con un livello di garantismo vicino allo zero, come se ci fossimo finalmente trovati di fronte al racconto di una storia conosciuta da sempre. Quelle che in questi ultimi giorni hanno messo in croce un pezzo di politica italiana stanno invece provocando una spettacolare reazione bipartisan, all’insegna dell’indignazione contro i poteri invasivi di magistratura e stampa ancora una volta unite nell’intento di rovinare famiglie e carriere.

Che Clemente Mastella e Gianfranco Fini si ritrovino concordi nel gridare alla persecuzione di un «grande fratello» deve far riflettere. Non tanto per l’annuncio di una nuova alleanza trasversale, quanto per l’emersione del tradizionale riflesso con cui la politica italiana reagisce ogni qual volta viene sfiorata dal sospetto. Un riflesso fatto insieme di aggressività e alterigia, dietro le quali si intravede la rivendicazione di uno status di eccezione persino rispetto alle accuse più disonorevoli.

Quanto accade in questi giorni ricorda da vicino il caso dell’estate scorsa delle intercettazioni sul caso Unipol-Ds, per quanto diversi possano essere gli argomenti e i comportamenti dei singoli. Anche allora scattò la difesa bipartisan della «privacy politica», nuovo tipo di ossimoro da includere nel dizionario di partiti e istituzioni. Anche allora, invece di rispondere e argomentare nel merito, si parlò di una magistratura che aveva «passato il segno» e che agiva d’intesa con la stampa per perseguire oscuri disegni di destabilizzazione. Sappiamo bene che non mancano tra i magistrati le personalità più inclini al protagonismo, capaci anche di farsi fotografare con scarso imbarazzo in sella ad una Harley-Davidson per corroborare la propria immagine di sceriffi senza paura. Ma tutto questo non può giustificare la frequenza con cui chi esercita la responsabilità della politica ricorre al fantasma della persecuzione, per sottrarsi al dovere di render conto di comportamenti che cessano di essere privati non appena toccano la sfera della decisione pubblica. Anche perché quella rivendicazione di alterigia finisce per fornire alimento alla tendenza tutta italiana alla gogna totalitaria e preventiva, questa sì strutturalmente incapace di distinguere i torti dalle argomentazioni di merito.

Se argomentazioni e giustificazioni vi sono, è dovere della politica farne uno strumento efficace di tutela dalla gogna e dal sospetto. Tanto più quando si tratta di sospetti che poggiano su intercettazioni che sono state vagliate e acquisite agli atti processuali. Perché non ha poi tutti i torti Marco Pannella, quando sostiene che «chi assume una carica politica perde il diritto di non essere conosciuto». In fondo, la differenza fra un calciatore e un politico è tutta qui.

 

Il Guardasigilli pensa al decreto per garantire dignita' e privacy

Il Guardasigilli pensa al decreto per garantire dignità e privacy

di Ruggiero Capone

Da http://opinione.it
Il Guardasigilli, Clemente Mastella, sta meditando su come approntare in tempi celeri un decreto sulle intercettazioni telefoniche; intanto le chiacchierate telefoniche che hanno condotto all’ultima retata di vip stanno allertando le istituzioni. Al Senato ed alla Camera sono già stati presentati progetti di legge in materia di intercettazioni, e non manca perfino la proposta di una commissione d’inchiesta in materia. Il caso Antonveneta, poi Calciopoli, non ultimo lo scandalo che ha travolto Vittorio Emanuele di Savoia, hanno attirato l’attenzione del Parlamento per mettere un freno alla pubblicazione di stralci di intercettazioni. Alla Camera, a proporre la commissione d’inchiesta è Osvaldo Napoli di Forza Italia, mentre a Palazzo Madama, che la scorsa settimana aveva visto avanzare da parte dell’ufficio di presidenza la proposta di una indagine conoscitiva, è stata successivamente proposta una commissione d’inchiesta dal senatore dell’Ulivo Antonio Polito: quest’ultima ha raccolto firme bipartisan da entrambi gli schieramenti.

Al Senato hanno presentato ddl per modificare le norme sulle intercettazioni i senatori Guido Calvi (Ulivo), Giuseppe Valentino (An), il presidente emerito Francesco Cossiga e per ultimo l’ex Guardasigilli Roberto Castelli. Poi c’è la proposta di Giorgio Jannone (Fi) che detta disposizioni sull’informazione al parlamento in materia di intercettazioni, alla stregua di quanto avviene anche in altri paesi europei. Le norme prevedono che i procuratori della Repubblica informino ogni sei mesi, per iscritto, il ministro della Giustizia del numero delle intercettazioni di conversazioni o di altre forme di comunicazioni telefoniche autorizzate; a loro volta il ministro della Giustizia e il ministro dell’Interno hanno l’obbligo di informare, con una apposita relazione semestrale, il parlamento sulle intercettazioni. “Per quanto riguarda il problema delle intercettazioni - spiega Alfredo Biondi (presidente del consiglio nazionale di Forza Italia) - non sarebbe male se i capi degli uffici delle procure della Repubblica si avvalessero delle loro funzioni e delle loro facoltà senza aspettare che l’onda di piena travolga il cittadino, che poi è il destinatario attivo e passivo delle norme di legge e non la loro vittima.

Neppure sarebbe male se taluni indagatori - continua Biondi - specie quelli che si fanno un nome, con le indagini che compiono, fossero chiamati a rispondere magari in concorso, per omissione di atto d’ufficio, nei confronti di coloro che fanno uscire interi verbali secretati. Non sarebbe nemmeno vietato che, anziché farsi pubblicità con i processi utilizzando la celebrità degli indagati, i magistrati coprissero i loro rispettabili nomi con la semplice indicazione dell’ufficio procedente, tanto per fare un esempio: la Procura di Potenza, il GIP del Tribunale di Potenza, perché la pubblica opinione ha poco interesse al nome, al cognome ed alla foto del magistrato - chiosa l’esponente di Fi - piuttosto terrebbe alla serietà delle indagini in corso coperte dal segreto investigativo. Non so se tutto questo sia nei propositi vari ed eventuali del ministro Mastella e dei numerosi sottosegretari di cui è circondato. Mi auguro solo che le iniziative siano non prospettate ma proposte ed attuate”.

Intanto dalla Camera emerge che non vi saranno i commissioni d’inchiesta sulle intercettazioni, come aveva proposto il senatore della Margherita Antonio Polito, precisa il ministro della giustizia, “perché finiscono per mangiarsi troppo tempo: meglio un disegno di legge che non sarà un mezzo punitivo della classe politica contro l’informazione, ma una necessità per mettere dei limiti a inutili e abusive divulgazioni”. Ma il Guardasigilli aggiunge che “le intercettazioni sono fondamentali alle indagini, ma occorre più rispetto per le persone”.

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