Legge privacy 675 analisi dei rischi ©CONSULENTIPRIVACY.IT 1998-2006

 

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Sicurezza sul web, una questione legale

Sicurezza sul web, una questione legale

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Le minacce per la sicurezza dei dati aziendali sono una priorità assoluta per i responsabili dei sistemi informativi. A maggior ragione perché le stesse non arrivano solo dal Web, ma anche da comportamenti incauti, abusivi e talvolta anche volutamente scorretti dei dipendenti. Esiste quindi un modello perfetto per tutelarsi da appropriazioni indebite di bit salvaguardando nel contempo i diritti dei lavoratori? Ribadito il concetto, e lo affermano tutti report delle principali società del settore, che gli attacchi informatici perpetuati attraverso la Rete sono oggi finalizzati a catturare informazioni a scopo di lucro o di estorsione, non va dimenticato che la problematica della security si allarga anche alla sfera normativa, alle implicazioni legali che l’adozione o meno di particolari policy aziendali possono generare.

Vi sono, per essere concreti, limiti o divieti circa il controllo dell’utilizzo di Internet e della posta elettronica da parte dei lavoratori?

L’ordinamento italiano regolarizza l’adozione di soluzioni o apparati dediti alla protezione dei sistemi informativi aziendali da attacchi informatici o da altre violazioni?

Domande a cui può rispondere solo un esperto di diritto informatico e per questo il Sole24ore.com ha chiesto lumi in materia a Gabriele Fagioli, avvocato di Milano, nonché docente al Mip – Politecnico di Milano e presidente dell’Angap (Associazione Nazionale Garanzia della Privacy), che con lo specialista Websense ha prodotto un dettagliato “white paper” inerente le implicazioni legali della Web security.

In Italia abbiamo una legislazione ad hoc dedicata alla sicurezza informatica?
Dal 1993, quando furono introdotte le prime normative in materia di crimini informatici (L. 547/93, ndr), a oggi è avvenuta una vera e propria rivoluzione nel settore del diritto delle nuove tecnologie. Nel corso degli anni l’evoluzione tecnologica ha determinato l’introduzione di nuovi concetti giuridici e relativi nuovi articoli del codice penale dedicati a frode informatica, virus, posta elettronica, nuove forme di licenza del software.

L’ordinamento giuridico italiano è, secondo lei, adeguato rispetto alla complessità del problema?
Premesso che tecnologie e mercati si evolvono molto più velocemente del diritto e che i possibili danni derivanti da problematiche legate all’It sono difficilmente quantificabili con criteri certi, ritengo che la legge del 1993, con tutti gli interventi di modifica apportati, sia attuale. Qualcosa da rivisitare c’è ma di fatto si è raggiunta la quadratura del cerchio e siamo anche in linea con il quadro normativo internazionale, a sua volta evolutosi con le direttive in materia di Information Technology emanate dal 2000 in poi.

Per un’azienda è un fattore prioritario conoscere i risvolti legali legati all’adozione di soluzioni di sicurezza?
Innanzitutto è vitale che comprendano i comportamenti informatici dei propri addetti e che individuino le eventuali falle del sistema. Al momento di implementare una policy di sicurezza è bene che conoscano anche le sfumature di legge.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontrano le aziende italiane circa gli aspetti legali della security?
Sono varie e variegate. Dalla scarsa conoscenza delle norme applicabili all’esistenza di errate prassi consolidate, dalla limitata attenzione verso alcune previsioni contrattuali alla mera paura delle sanzioni penali, dalla scarsa percezione del rischio di infezioni alla carenza di gestione strutturata da parte dei fornitori di soluzioni It e di servizi di telecomunicazione.

Cosa dice la legge in fatto di misure minime di sicurezza da adottare?
La normativa in materia di dati personali impone ai titolari del trattamento degli stessi l’adozione di misure idonee a ridurre al minimo i rischi di distruzione o perdita anche parziale dei dati. È prescritto l’utilizzo di sistemi di autenticazione, di autorizzazione, di soluzioni antivirus e di protezione da intrusioni maligne e anche di soluzioni di sicurezza volte a evitare o prevenire la commissione di reati da parte dei dipendenti, come il download di file a contenuto pedopornografico o lo scambio di file audio e video protetti da diritto d’autore. In linea generale si può affermare che un’azienda può controllare il pc di un dipendente per prevenirne gli abusi ma non può fare di questa attività un utilizzo distorto e finalizzato al monitoraggio della prestazione lavorativa.

I comportamenti dei dipendenti chiamano in causa il fattore privacy: la normativa abbraccia tutti i possibili aspetti della questione?
Il decreto legislativo 196/2003, denominato anche Codice della privacy, disciplina in dettaglio le misure minime e idonee di sicurezza a protezione dei dati personali trattati con sistemi informatici, la responsabilità civile in capo all’azienda quale persona giuridica, le sanzioni penali e amministrative, le procedure di controllo dei lavoratori. Va detto in aggiunta che la casistica penale è ancora limitata e che la generalizzata scarsa competenza nell’utilizzo del computer è spesso fonte di violazioni involontarie. Entrano in gioco quindi valutazioni e interpretazioni differenti circa le lesività o meno di alcuni comportamenti, il fatto che siano dolosi, la soglia etica dell’accesso a Internet, le dinamiche di utilizzo di gruppo degli strumenti informatici.

Potrebbe sintetizzare l’atteggiamento ideale che le aziende dovrebbero avere verso il problema nel suo complesso?
Il legislatore e il garante fissano diritti e doveri per lavoratori e aziende. Ciò che è auspicabile e opportuno è una linea di condotta equilibrata fra corretta interpretazione delle norme e utilizzo delle risorse e funzionalità tecnologiche.

Come potrebbe cambiare il quadro normativo esistente fra tre/cinque anni?
In futuro è lecito pensare che vi saranno ancora più restrizioni a livello di misure di sicurezza da adottare ma difficilmente le nuove norme fisseranno nuove previsioni penali. Occorrerà garantire sempre e comunque massima corrispondenza fra i parametri regolatori e i dettami che regolano i diritti del lavoratore.

Cassazione, si' telecamere nei prive'

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http://tgcom.mediaset.it

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Su richiesta dei giudici per indagini

I clienti dei club privè stiano attenti. Magari nascoste dietro un quadro o una pianta, potrebbero esserci le telecamere a spiare i loro incontri particolari. Non si tratta di manie da guardoni. Quelle telecamere potrebbero stare lì perchè richieste dai giudici. A stabilirlo è la Cassazione: le zone “riservate” dei locali possono essere riprese a fini di indagini perchè non equiparabili alle abitazioni private, ma occorrono autorizzazioni speciali.

 

La Cassazione ha accordato solo una parziale tutela della privacy a questi luoghi di intrattenimento. I giudici possono infatti far installare le telecamere per spiare che cosa succede nelle zone riservate dei locali. Le cosiddette aree privè, infatti, non possono essere tutelate dagli occhi elettronici degli inquirenti come se fossero private abitazioni, anche se fanno da sfondo a “comportamenti molto intimi”. Tuttavia nel dare il via libera alle videoriprese nei ‘camerini’ piu’ appartati la Cassazione avverte i giudici delle procure che i filmati devono essere autorizzati con apposito decreto, diverso da quello per le intercettazioni telefoniche.

Il provvedimento - pena la inutilizzabilità delle riprese ottenute - deve anche indicare che tipo di prova si intende cercare con questa “ingerenza”. Il privè, secondo la Cassazione, se non può essere equiparato a un domicilio, è comunque un luogo che dovrebbe tutelare l’intimità e la riservatezza delle persone, e che quindi ai fini delle riprese visive non può essere trattato come un luogo pubblico o esposto al pubblico .

Sulla scorta di queste ragioni, la Cassazione ha dichiarato la nullità delle riprese effettuate, senza decreti autorizzativi, in un locale di lap-dance di Bastia Umbra, dove i clienti erano stati filmati in effusione con alcune ballerine. I filmati avevano portato all’emissione di una custodia cautelare, per sfruttamento della prostituzione, nei confronti del titolare del locale. Adesso se non verranno prodotte altre prove contro di lui, l’uomo tornerà libero.

 

Liceo classico, temi nella spazzatura, "violata la privacy"

Liceo classico, temi nella spazzatura
«Violata la privacy»

http://laprovinciadicremona.it
di Beppe Cerutti

Un anno scolastico di duro lavoro letteralmente buttato nella spazzatura. Per la precisione compiti in classe e verifiche datati 2004 e 2005, che riempivano due contenitori adibiti alla raccolta della carta e un paio di grossi scatoloni, insieme ad altre centinaia di fogli formato protocollo sparsi attorno. Tutti con tanto di nome e cognome, classe e sezione d’appartenenza. L’insolito spettacolo faceva ‘bella mostra’ di sé in via Palmieri, sul retro del complesso che ospita il liceo Racchetti. Con ogni probabilità quel materiale era lì già dal giorno precedente, ma ad accorgersene sono stati alcuni studenti che nella mattinata di ieri si sono trovati a passare da quelle parti.

E così si è potuto sapere che Susanna, nel 2004 ha fatto un compito di latino che è andato benino, mentre l’inglese d’Irene, nel 2005, lasciava un po’ a desiderare. I ragazzi che hanno segnalato la cosa erano infuriati, perché nel mucchio vi erano anche loro lavori, risalenti all’anno precedente. Inoltre, anche ammesso che fossero scaduti i termini per la conservazione d’archivio, prima di essere eliminati avrebbero dovuto essere sminuzzati. Invece niente, dicono I. R. e A. M., «alla faccia della privacy: buttati in mezzo alla strada» e, ironia della sorte, aggiungiamo noi, proprio sotto un cartello che recita: ‘Attenzione, area videosorvegliata’. «Mi girano le scatole, perché le mie verifiche dovrebbero restare dentro l’istituto»: così Rachele, II C, liceo classico, avvisata ieri da altri compagni di scuola. Il materiale rinvenuto in via Palmieri fa il paio con quello trovato l’altro giorno a Pandino, nella centralissima via Umberto I, sempre del Racchetti. La preside dell’istituto, Giovanna Alquati si trova fuori sede e ha saputo del fatto nel tardo pomeriggio di ieri: «All’interno della scuola sono in corso dei lavori e, probabilmente, alcuni contenitori sono stati spostati e poi buttati in maniera improvvida. Tuttavia escludo nel modo più assoluto che si tratti di compiti della maturità. Questi sono sigillati e custoditi in posti sicuri. Probabilmente si tratta di lavori d’esercitazione, che in gergo si chiamano simulazioni. In quanto a Pandino, al momento non so che dire. Di sicuro faremo delle verifiche».

Intercettazioni: a che pro le multe, se non a intimidire i giornalisti e a proteggere i manigoldi?

Intercettazioni: a che pro le multe, se non a intimidire i giornalisti e a proteggere i manigoldi? 
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http://articolo21.info

Multe severe appioppate al giornalista che pubblicherà il testo di intercettazioni telefoniche. Questa, alla fine, sarà la legge che chiameremo Mastella? Speriamo che ci sia ancora lo spazio per un ripensamento. Non si capisce infatti che bisogno ci sia di una legge che limiterà il diritto di cronaca e dimezzerà il raggio d’azione dei cronisti giudiziari. Mastella riuscirà lì dove fallì Giuseppe Gargani nel 1993? A quanto pare sì: dopo tanti scandali, la classe politica decide di impedire ai cittadini di conoscere la verità, anziché intervenire sui responsabili. Invece che dei fatti illeciti, si parla delle intercettazioni che li hanno fatti conoscere.
Potremmo rispondere che i giornalisti andranno comunque avanti, perché questo è il loro dovere. Ma il pericolo dell’autobavaglio è forte se le multe potranno raggiungere anche i 60 mila euro.
La prima osservazione: che grazie alla pubblicazione delle intercettazioni l’opinione pubblica abbia conosciuto episodi e fenomeni di malcostume è sotto gi occhi di tutti. Così come è evidente il dovere dei giudici (e dunque dei giornalisti) di togliere dalle intercettazioni ciò che si riferisce a persone non indagate, per le quali altrimenti si realizzerebbe una gogna mediatica e una violazione dei diritti fondamentali. Stabilito questo, ricordiamo che il Garante per la privacy, Pizzetti, ha negato l’illiceità della pubblicazione. E allora?
Gli aspetti sono due, che vanno tenuti distinti. Se la pubblicazione del testo delle intercettazioni danneggia le indagini, il giudice ha già il potere di secretazione. Lo usi e il problema sarà già risolto, come sarà risolto se gli archivi giudiziari verranno “blindati”, come continua a chiedere l’Autorità di garanzia. E il giudice si ricordi di eliminare quelle parti delle intercettazioni che non sono rilevanti per le indagini e che, dunque, giustamente, non devono finire nell’ordinanza, né tanto meno essere diffuse.
Quanto alla privacy, è giusto che il giornalista non pubblichi telefonate riguardanti persone che nell’inchiesta non c’entrano. La legge n. 675 li protegge dal 1998. E su segnalazione del Garante è già possibile che il giornalista venga sanzionato dall’Ordine.
Dunque, a che pro le multe, se non a intimidire i giornalisti e a proteggere i manigoldi?
 

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Il Garante Privacy sugli ultimi avvenimenti del Bullismo visto su internet

Il Garante Privacy sugli ultimi avvenimenti del Bullismo visto su internet

http://repubblica.it  

 MILANO - Non limitare la libertà della Rete e, dall’altra parte, assicurare il rispetto della dignità e della privacy dei cittadini: un problema delicato e attuale, dopo il caso del video delle violenze a un ragazzo autistico in una scuola torinese diffuso da Google. “Non solo è necessaria, ma inevitabile una nuova regolamentazione della materia a livello internazionale: con le leggi attuali casi come quelli di Torino non si possono evitare”.

Il presidente del Garante della privacy Francesco Pizzetti si è trovato, nei mesi scorsi, ad avere una fitta corrispondenza con Google in seguito alla segnalazione di una cittadina, che vedeva sul motore di ricerca più cliccato del mondo informazioni vecchie (e quindi fuorvianti) sul suo coinvolgimento in un’indagine penale. Carteggio che ora la procura di Milano ha acquisito agli atti dell’inchiesta sul ruolo del colosso di internet nella vicenda del video finito online a luglio.

Perché, mentre la procura dei minori di Torino ha indagato i quattro studenti coinvolti nella vicenda per violenza privata, i colleghi milanesi hanno iscritto nel registro degli indagati - e presto li convocheranno per interrogarli - i due rappresentanti legali di Google Italia con l’accusa di diffamazione aggravata, ipotizzando che il fatto di non impedire un reato (la diffusione del video incriminato) equivale a provocarlo (come dice il secondo comma dell’articolo 40 del codice penale). “È un tema delicato e di impossibile soluzione, almeno con le leggi attuali”, sottolinea Pizzetti, riprendendo le parole pronunciate venerdì dal ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni che chiedeva un intervento del Parlamento.

Nei mesi scorsi il Garante aveva chiesto spiegazioni a Google su un tema solo apparentemente lontano: come si può garantire sul motore di ricerca il diritto dei cittadini alla riservatezza o almeno all’aggiornamento sui loro dati? “Inizialmente Google Italia aveva spiegato l’impossibilità di intervenire autonomamente sui server, sui quali può operare solo la casa madre negli Usa”, spiega Pizzetti. Una risposta simile era arrivata dai responsabili di Google al pm milanese Francesco Cajani a proposito del video di Torino.

Ed è questo che la procura sta cercando di verificare: se, cioè, non sia possibile per la filiale italiana “filtrare” quello che viene messo in rete. Durante un incontro a Londra tra i vertici del colosso telematico e l’Authority italiana i primi avevano spiegato che, solo dietro segnalazione e solo nei casi di materiale con contenuti pedofili o lesivi dei diritti dei minori, esiste un sistema di cancellazione immediata del dato. Negli altri casi, invece, la società si limita a segnalare la necessità di cancellare i dati ai siti da cui ha tratto le informazioni. “Ma, ovviamente, questa è una soluzione a posteriori - ricorda Pizzetti - che niente ha a che fare con il problema ancora irrisolto dell’immissione dei dati nella Rete”.

Regolamento dati sensibili nelle pubbliche amministrazioni

Regolamento dati sensibili nelle pubbliche amministrazioni

E’ stato differito il termine di adozione del regolamento sui dati sensibili e giudiziari. Il D.l. pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 28/12/2006, n. 300, differisce al 28 febbraio 2007 il termine di adozione di tale regolamento da parte di soggetti pubblici.Possession movie full Ghost Lake dvdrip

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Carta di Treviso come regola rapporti giornalismo e tutela minori

Carta di Treviso come regola rapporti giornalismo e tutela minori

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Si applicherà anche al giornalismo on line a ulteriore tutela dei minori

Il Garante per la privacy ha dato via libera al testo aggiornato della Carta di Treviso, che regola i rapporti tra attività giornalistica e tutela dei minori, e ha disposto la sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

La delibera del Garante conclude la procedura di cooperazione tra l’Autorità e l’Ordine nazionale dei giornalisti prevista quando si presenti la necessità di una modifica o una integrazione del codice di deontologia dei giornalisti, codice che richiama i principi e i limiti stabiliti a tutela dei minori.

La Carta del 1990, già integrata dal “Vademecum Treviso ‘95″, è stata ora ulteriormente aggiornata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti anche alla luce delle osservazioni e delle indicazioni formulate dal Garante, in particolare con riferimento al mondo di Internet e dei nuovi media. Le nuove norme andranno applicate, dunque, anche al giornalismo on-line, a quello multimediale e alle altre forme di comunicazione giornalistica che utilizzino strumenti tecnologici.

“Il nuovo testo della Carta di Treviso - afferma Mauro Paissan, relatore del provvedimento - rafforza la tutela dei minori di fronte ai rischi di un’informazione talvolta poco rispettosa del bisogno di anonimato dei bambini e dei ragazzi protagonisti o testimoni di fatti di cronaca. Particolarmente positiva è l’estensione delle garanzie a favore dei minori all’informazione via Internet e alla comunicazione che usa i nuovi strumenti tecnologici”.Love Comes to the Executioner dvd

Quando la privacy vale piu' di un bambino

Quando la privacy vale più di un bambino

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Nasce la lega contro la pedopornografia. Ma alcune società contestano: “A rischio la privacy degli utenti”.

La crociata contro i siti e i materiali pedopornografici è cominciata. E’ bello riscontrare che vi abbiano aderito alcuni colossi, quali Yahoo! e Microsoft. Meno bello è che un altro gigante del web, Google, tentenni. Agghiacciante la scusa di diverse società della Rete, pronte a sollevare obiezioni contro metodi che, a detta loro, potrebbero costituire una violazione alla privacy dei loro clienti.

La “Technology Coalition”, la lega contro la pedopornografia, è nata in questi giorni su iniziativa di AOL, e raggruppa alcune grandi società informatiche e provider, pronte a dichiarare battaglia ad una delle piaghe che affliggono la società dell’informazione. Aol dispone già di una banca dati contenente immagini pedopornografiche segnalate dai propri utenti e successivamente marchiate elettronicamente per poterne controllare l’eventuale circolazione.

Inoltre è stato proposto agli internet service provider di conservare i dati di chi pubblica in rete materiale pedopornografico per facilitarne l’individuazione. Aol, Yahoo, Microsoft, Earthlink e United Online coopereranno con il National Center for Missing and Exploited Children (Ncmec, Centro nazionale per i bambini scomparsi e sfruttati).

C’è sempre chi ai valori più sani preferisce i più remunerativi valori-moneta, tuttavia. C’è sempre chi antepone al benessere sociale il proprio benessere, difendendosi dietro insulsi specchi per le allodole. Così alcune società accampano scuse per declinare cordialmente l’invito del gruppo capeggiato da Aol. Passi la scusa che di primo impatto potrebbe apparire come la più abietta: alcune società hanno dichiarato che è troppo costoso aderire a un progetto così complesso. Proteggere un bambino da bieche mercificazioni pare che per alcuni abbia un prezzo. Non passi la scusa più ardita: i sistemi identificativi applicati al materiale pedopornografico e ai suoi “editori” rappresentano un rischio per la privacy dei clienti. Qui si cerca, con subdolo cinismo, di nascondere l’interesse economico dietro principi etici ritenuti addirittura superiori alla dignità umana.

La tutela della privacy pare che per alcuni valga più della tutela di un bambino. E’ vero, i gusti sessuali rappresentano un “dato sensibile”, tutelato perché il diritto alla privacy ed il buon senso lo consentono. La pedofilia e la pedopornografia, però, non sono riconducibili alla voce “dato sensibile”. Rappresentano piuttosto un “dato di fatto”. Da distruggere.

Tra i rifiuti a Londra

Tra i rifiuti di Londra

http://internazionale.it

articolo di Francesca Sibani
In Gran Bretagna è polemica per la decisione del governo di sorvegliare i rifiuti di 500mila famiglie.

“C’è un improvviso interesse per il contenuto dei nostri bidoni della spazzatura”, avverte il quotidiano britannico The Independent in un editoriale.

“Si è scoperto infatti che in almeno 500mila contenitori per l’immondizia – che in Gran Bretagna sono riservati a una sola famiglia – sono stati inseriti dei dispositivi elettronici, delle specie di ‘cimici’, che rilevano la quantità di rifiuti prodotta da ogni abitazione registrando il numero di volte che il bidone viene svuotato. E, in futuro, potrebbe addirittura arrivare a pesare i chili di spazzatura, in vista dell’introduzione di un sistema di tassazione dei rifiuti basato sul peso. Peccato che di tutto questo le famiglie non siano state informate”.

La misura ha scatenato un acceso dibattito in tutto il paese, suscitando perplessità tra i difensori delle libertà civili. Il Guardian riferisce le obiezioni del parlamentare conservatore Andrew Pelling, secondo cui “neanche ai tempi dell’Unione Sovietica il governo s’intrometteva a tal punto nella vita privata dei cittadini. Per convincere la gente a riciclare e a non produrre troppa spazzatura bisognerebbe trovare un modo più ‘britannico’”.

Preoccupazioni condivise dal fondatore dell’organizzazione Privacy international, Simon Davies, che osserva: “I cittadini devono essere informati di questo genere di provvedimenti, perché una volta adottati non si torna indietro. Si corre inoltre il rischio che questo sistema venga sfruttato dalle autorità locali per aumentare le tasse”.

Particolarmente caustico il commento del quotidiano conservatore The Daily Telegraph: “Una volta riciclare era semplice. Uno buttava riviste e giornali nell’apposito contenitore e aveva fatto il suo dovere. Adesso la situazione è molto più complicata. A seconda del quartiere di residenza ci sono bidoni per la plastica e per i rifiuti organici, bidoni per la carta e il cartone e bidoni che invece sono solo per la carta. Se poi ci si dimentica di togliere la plastica che avvolge una lettera, il rilevatore del bidone lo scoprirà, assicurandoci una multa da 1.500 euro”.

“Riciclare una volta era una scelta volontaria”, conclude il quotidiano, “ora è un obbligo oneroso”

A Parma il raduno degli hacker

A Parma il raduno degli hacker

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L’evento dall’1 al 3 settembre
I “ribelli della Rete” hanno scelto Parma per l’ottava edizione dell’HackIt, il raduno italiano degli hackers. L’evento si terrà al centro sociale “Mario Lupo” dal’1 al 3 settembre. All’interno dell’edificio, sgomberato alcuni mesi fa da una sede di proprietà del comune e cablato per ospitare la manifestazione, la comunità digitale che fa riferimento al sito hackmeeting.org ha organizzato tre giorni di seminari, corsi, dibattiti e incontri.
Il meeting si presenta di livello internazionale e al centro del dibattito ci saranno diritti digitali, software libero, opposizione a brevetti e copyright, server autogestiti, studio e sperimentazione di fonti energetiche pulite, risvolti dell’uso sociale delle tecnologie e dell’incontro tra tecnologie e sessualità, problemi legati al lavoro in campo informatico, l’autodifesa della privacy, studio dei dispositivi di controllo e di sorveglianza e resistenza alla censura.

Temi cari al mondo hacker, sempre attento non solo all’universo hi-tech ma anche al sociale. “Si discuterà di reti neutrali, anonimato e privacy, nonché di web-radio, networking, server autogestiti e diritti digitali - hanno spiegato gli hackersdurante una conferenza stampa - la tecnologia di oggi fa paura perché tende a controllare tutto: gestisce i software che vogliono tutelare lo sviluppo, chiude delle porte, ti dice cosa è bello, cosa usare, cosa è illegale. E a noi tutto questo spaventa”.

L’iniziativa, dievntata ormai un imperdibile appuntamento per gli hacker nostrani, si presenta come un momento di riflessione sugli sviluppi e sulla direzione delle tecnologie. Una sorta di babilonia di spunti, idee e progetti. Il tutto, ovviamente, visto con gli occhi dei “ribelli del Web”.

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